Blog · Italiani all'estero · 10 settembre 2026

Sono tornato all'estero dopo l'estate in Italia e sto male: perché settembre è il mese più duro.

Se sei rientrato da poco nel paese in cui vivi e ti senti svuotato, malinconico e improvvisamente in dubbio su tutta la tua scelta, non stai regredendo: stai vivendo il contraccolpo del rientro. Per due settimane hai riavuto tutto insieme — lingua, affetti, luoghi — e ora il contrasto tra le due vite è tornato nitido. È la fase più dura dell'anno per chi vive all'estero, ed è temporanea.

Settembre è, per gli italiani all'estero, quello che gennaio è per tutti gli altri: il mese dei bilanci non richiesti. In studio, le richieste di chi vive fuori si concentrano proprio adesso — non ad agosto, quando erano in vacanza, ma nelle settimane in cui l'aereo li ha riportati indietro e la casa all'estero è sembrata, per qualche giorno, un posto qualunque.

Perché il rientro fa più male della partenza

Durante l'anno la mancanza è diffusa e sopportabile: la routine la copre. Il lavoro, gli orari, gli impegni funzionano da anestetico. Poi arrivano due o tre settimane in Italia in cui, tutto insieme, ricevi ciò che normalmente ti manca: parlare senza tradurre, essere capito a mezza frase, i tuoi genitori, gli amici di sempre, i posti che conosci a memoria.

Il rientro non aggiunge una mancanza nuova: rende improvvisamente misurabile quella che c'era già. È per questo che i primi giorni sono i peggiori, ed è per questo che chi ti sta intorno all'estero fatica a capire — dal di fuori sei semplicemente uno che è stato in vacanza.

I pensieri tipici di queste settimane

  1. «Cosa sto facendo qui?» — il dubbio sulla scelta migratoria si riaccende tutto insieme, con una forza che durante l'anno non ha.
  2. Il conteggio del tempo perso. I nipoti cresciuti, i genitori invecchiati, gli amici che hanno figli: ogni rientro fa da fotografia a intervalli, e le fotografie a intervalli fanno impressione.
  3. La casa all'estero che sembra estranea. Per qualche giorno l'appartamento in cui vivi da anni sembra un affitto temporaneo.
  4. Il senso di colpa doppio. Verso chi hai lasciato in Italia, e verso te stesso perché "avevi voluto tu questa vita".
  5. L'irritabilità verso il paese in cui vivi. Improvvisamente il cibo, i modi, la burocrazia, il clima: tutto diventa un difetto.

Quanto dura, e la regola delle due settimane

Nella maggior parte dei casi il contraccolpo si scioglie in una-tre settimane, il tempo che la routine impiega a ricostituirsi. Da qui una regola pratica che suggerisco spesso: non prendere decisioni definitive sulla tua vita migratoria nelle due settimane dopo il rientro. Non dare le dimissioni, non disdire l'affitto, non annunciare a nessuno che torni in Italia. Il pensiero "torno" in quei giorni è quasi sempre un'emozione, non un progetto. Se dopo un mese o due, a routine ristabilita, è ancora lì, allora merita di essere esaminato sul serio — e quello è un ottimo lavoro da fare in terapia, perché a quel punto non è nostalgia: è una domanda vera sulla direzione della tua vita.

Tre cose che aiutano davvero

  1. Rimetti in piedi la routine il prima possibile. Non aspettare di "avere voglia": è la routine a generare l'umore, non il contrario. Palestra, spesa, un impegno fisso nei primi giorni valgono più di qualunque proposito.
  2. Programma il prossimo ritorno. Avere una data sul calendario trasforma la distanza da condizione indefinita a intervallo misurabile. Funziona più di quanto sembri.
  3. Non isolarti proprio adesso. Il riflesso naturale è chiudersi e passare le sere a scrivere a casa. Ma è nelle prime due settimane che i legami nel paese in cui vivi vanno usati, non sospesi.

Quando è il caso di parlarne

Se dopo un mese la tristezza non si muove, se dormi male con costanza, se hai smesso di frequentare le persone o se il pensiero di tornare in Italia occupa la giornata, non è più il fisiologico contraccolpo del rientro. Sono i temi su cui lavoro più spesso con gli italiani all'estero, insieme alla solitudine del primo anno e al sentirsi stranieri quando si torna in Italia — che è la faccia opposta di questa stessa medaglia.

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In breve

Il crollo di settembre non è un segnale che hai sbagliato a partire: è l'effetto del contrasto, dopo settimane in cui hai riavuto tutto ciò che normalmente ti manca. Dura in genere una-tre settimane, si attraversa rimettendo in piedi la routine, fissando la prossima data di ritorno e non isolandoti. E vale una regola: nessuna decisione definitiva sulla tua vita migratoria nelle due settimane dopo il rientro. Se invece dopo un mese sei ancora lì, parlarne in italiano con uno psicologo è il modo più diretto per capire se è nostalgia o è una domanda vera.

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