Lavoro da remoto e mi sento solo.
Se lavori da casa e ti senti solo, non è che hai perso la capacità di stare con gli altri: è che sono spariti i contatti che non dovevi organizzare. Il caffè con un collega, la chiacchiera in corridoio, il tragitto di rientro erano incontri brevi, automatici e a costo zero di energia. Quello che resta — vedersi la sera, organizzare qualcosa nel fine settimana — richiede di decidere, concordare e avere voglia. Per questo si può avere una vita sociale che sulla carta funziona, e sentirsi comunque soli alle sei di pomeriggio.
«Non mi è successo niente di brutto. Semplicemente mi accorgo che sono le sette di sera e non ho parlato con nessuno.» È una frase che sento spesso, e quasi sempre arriva con un po' di imbarazzo — come se lamentarsi di un lavoro che molti invidiano fosse fuori luogo.
Non lo è. Il lavoro da remoto ha vantaggi reali e chi ce l'ha di solito non vuole rinunciarci. Ma ha anche un costo che nessuno aveva messo in conto, perché riguarda una parte di vita sociale che non sapevamo nemmeno di avere.
Quello che è sparito non erano le amicizie
In ufficio nessuno è lì per socializzare. Eppure in una giornata normale capitavano venti o trenta micro-interazioni: un saluto, una battuta alla macchinetta, due minuti su una serie, qualcuno che passa e chiede come è andato il fine settimana.
Nessuna di queste è un rapporto profondo. Ma avevano tre caratteristiche che le rendevano preziose: erano brevi, quindi non costavano fatica; erano non programmate, quindi non richiedevano di avere voglia; ed erano ricorrenti, quindi costruivano familiarità senza che nessuno ci lavorasse sopra.
Lavorando da casa quelle spariscono tutte insieme, e al loro posto resta solo la categoria più impegnativa: l'incontro deciso in anticipo. È un cambio di struttura, non di carattere. Ed è la ragione per cui «sono circondato di gente» e «mi sento solo» possono essere vere nello stesso momento.
Cosa dice la ricerca — e cosa non dice
Il 4 giugno 2026 la rivista Science ha pubblicato uno studio di Natalia Emanuel, Emma Harrington e Amanda Pallais intitolato Home alone: Remote work, isolation, and mental health. Gli autori hanno analizzato cinque indagini rappresentative su 588.322 lavoratori statunitensi fra il 2011 e il 2024, confrontando chi svolge mansioni che si possono fare da remoto con chi non può farle.
Il risultato: chi lavora da remoto passa più tempo da solo e mostra più indicatori di disagio psicologico, e l'effetto è più marcato fra chi vive da solo.
Due precisazioni che contano, e che nelle sintesi giornalistiche spesso si perdono. La prima: sono dati statunitensi, raccolti in un contesto di lavoro e di vita sociale diverso da quello italiano, dove si convive più a lungo con la famiglia e le reti di prossimità funzionano diversamente. La seconda, dichiarata dagli autori stessi: lo studio non ha misurato i benefici del lavoro da remoto. Descrive un effetto netto sul benessere, non una condanna del lavoro a distanza.
Lo cito per una ragione precisa: se la domanda che ti fai è «sarò io che non so stare da solo?», la risposta è che il fenomeno esiste, è misurabile su mezzo milione di persone, e colpisce in modo sistematico chi sta nella tua stessa condizione.
I segnali che è diventato altro
La solitudine da giornata vuota è un disagio, non un disturbo. Diventa qualcosa di cui vale la pena occuparsi quando smette di riguardare la giornata e inizia a riguardare l'idea che hai di te. I passaggi che vedo più spesso:
- Il pensiero si sposta sulla persona. Da «oggi non ho visto nessuno» a «sono diventato uno che non ha niente da dire». È il salto più importante da notare.
- Inizi a rifiutare inviti che desideravi. Non per mancanza di voglia, ma perché l'idea di dover «essere in forma» con altri è diventata faticosa. Ogni rifiuto rende il successivo più probabile.
- La giornata perde i bordi. Si inizia prima, si finisce dopo, si pranza davanti allo schermo. Senza il tragitto che separava le cose, lavoro e casa si sovrappongono e nessuno dei due riposa.
- Cambiano sonno o concentrazione, e la sera si allunga in attività che non riposano davvero.
- Dura da mesi e quello che hai provato non ha spostato niente.
Se ti ritrovi nei primi due in particolare, non è un problema di organizzazione della settimana.
Cosa aiuta davvero
Il consiglio standard — «coltiva un hobby», «esci di più» — fallisce perché chiede proprio la cosa che manca: iniziativa ed energia sociale. Quello che funziona meglio, nella mia esperienza, va nella direzione opposta: ricostruire contatti che non richiedano di decidere ogni volta.
- Appuntamenti ricorrenti e a orario fisso, non eventi da organizzare: un corso il martedì, una camminata sempre alla stessa ora, una partita settimanale. La ripetizione toglie la decisione di mezzo, che è la parte costosa.
- Lavorare altrove un paio di giorni: biblioteca, spazio condiviso, anche solo un bar. Non serve parlare con nessuno; serve stare in mezzo ad altri che fanno qualcosa.
- Uscire per motivi non sociali. La spesa a piedi, il giornale, una commissione. Sono occasioni a bassissimo costo che riportano in circolo le micro-interazioni perdute.
- Ricostruire i bordi della giornata. Una camminata di dieci minuti all'ora in cui saresti tornato a casa sostituisce il tragitto e dice al corpo che il lavoro è finito.
- Chiamare invece di scrivere. Cinque minuti di voce valgono più di una giornata di messaggi, e molti se ne accorgono solo provandoci.
Nessuna di queste è una soluzione se sotto c'è dell'altro. Ma se il problema è davvero la struttura della giornata, spostano parecchio e si vedono in poche settimane.
Quando ha senso parlarne con uno psicologo
Quando la solitudine ha smesso di essere una condizione e ha iniziato a diventare un giudizio su di sé; quando dura da mesi e i tentativi non hanno spostato niente; quando si somma a un periodo già complicato — un trasferimento, una relazione finita, un lavoro che non convince.
Non serve che sia grave e non serve una diagnosi. Il primo colloquio esiste per capire se ha senso, non per decidere qualcosa.
Due cose su di me, dette prima che tu debba cercarle. Sono psicologo e non sono psicoterapeuta: per il disagio di cui parla questa pagina è la figura adeguata, ma se servisse un trattamento psicoterapeutico strutturato per un disturbo diagnosticato te lo direi e ti indirizzerei. E lavoro con approccio psicodinamico, quindi non con protocolli a tempo: se cerchi un percorso di otto o dodici sedute con esercizi strutturati, ti indirizzo a colleghi formati così.
C'è un'ironia che vale la pena nominare: anche le sedute si possono fare in videochiamata. Non è una contraddizione — il problema non è lo schermo, è l'assenza di qualcuno dall'altra parte che ti stia ascoltando davvero. Se vivi lontano da un centro grande, le sedute online valgono da qualsiasi regione italiana.
Domande frequenti
Perché mi sento solo anche se la sera vedo gente?
Perché quello che è sparito non sono gli incontri che programmi, ma quelli che non programmavi: brevi, automatici, ricorrenti. Gli incontri serali vanno decisi e sostenuti con energia che a fine giornata spesso non c'è. Per questo si può avere una vita sociale che sulla carta funziona e sentirsi comunque soli.
È un problema reale o me lo sto raccontando?
È documentato. Lo studio di Emanuel, Harrington e Pallais pubblicato su Science il 4 giugno 2026 ha analizzato 588.322 lavoratori statunitensi fra il 2011 e il 2024: chi lavora da remoto passa più tempo da solo e mostra più indicatori di disagio, soprattutto chi vive da solo. Sono dati americani e gli autori precisano di non aver misurato i benefici del lavoro a distanza.
Devo tornare in ufficio?
Non necessariamente, e spesso non è una scelta disponibile. Conta la densità di contatti brevi e non programmati, che si può ricostruire anche altrove. Funziona meno affidarsi a grandi appuntamenti occasionali, che chiedono energia proprio quando ne hai meno.
Quando conviene parlarne con uno psicologo?
Quando il pensiero si sposta da «oggi non ho visto nessuno» a «sono diventato poco interessante», quando inizi a rifiutare inviti che desideravi, quando sonno o concentrazione cambiano, o quando dura da mesi senza che niente si muova.
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Il primo colloquio è gratuito. Cinquanta minuti, online da qualsiasi regione d’Italia o in studio a Bologna e San Lazzaro di Savena, senza impegno di continuare. Sono psicologo clinico iscritto alla Sezione A dell’Albo dell’Emilia-Romagna con il n. 12375 — qui come funzionano le sedute online.